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Tassazione sugli investimenti: quello che devi sapere

La tassazione sugli investimenti è un tema sul quale c’è sempre molta confusione ma in questo articolo vi dirò tutto quello che dovete sapere.

Basta conoscere poche semplici regole e trucchetti per ottimizzare fiscalmente il proprio portafoglio d’investimenti e risparmiarsi migliaia di euro ogni anno.

Indipendentemente da quello su cui investiamo

Rimanete fino alla fine perché come sempre vi darò anche un consiglio pratico su come si investe correttamente in funzione delle diverse tassazioni.

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Le tipologie di redditi

Cominciamo col dire che quando guadagniamo o perdiamo con i nostri investimenti generiamo due tipologie di redditi:

– i redditi di capitale

– i redditi diversi

Iniziamo col capire la differenza.

I redditi da capitale si definiscono certi nell’ammontare e nell’esistenza.

Non avete capito vero? Ok vi faccio un esempio.

Avete comprato un’azione fiat e sapete che il 10 maggio vi paga 100€ totali di dividendo.

Quel dividendo è certo nell’ammontare in quanto è di 100€, non può essere ne più alto ne più basso.

Inoltre è certo nell’esistenza in quanto è stato già approvato dall’assemblea e quindi non può essere messo in dubbio.

Quindi è certo che nella data specifica del 10 maggio riceverete 100€ di dividendo. Lo stesso vale per le cedole delle obbligazioni.

I redditi diversi sono invece incerti nel quantum o nell’esistenza.

In questo caso ci riferiamo a plusvalenze e minusvalenze, generate ad esempio dalla compravendita di azioni o di obbligazioni.

Se io compro un’azione o un’obbligazione, non posso dire con certezza quale sarà il profitto o la perdita che avrò e quindi il risultato non può essere considerato come un reddito da capitale, ma deve essere considerato come un reddito diverso.

Perché non posso dirlo con certezza? Perché se la compro a 97€, potrei rivenderla a 95 oppure a 103 o a 107 e quindi non c’è certezza.

La cosa importante da capire è questa: redditi da capitale e redditi diversi non possono essere compensati tra di loro perché è come se fossero racchiusi in scatole distinte.

È come se fossero mele e pere.

Non potete paragonare le mele con le pere, ma solo le mele con le mele e le pere con le pere.

Compensare minusvalenze e plusvalenze

Nel caso dei redditi diversi, lo Stato ci permette di fare una compensanzione tra le minusvalenze pregresse e le plusvalenze successive.

Non avete capito è? Facciamo un esempio.

Supponiamo che nel 2018 abbiamo perso 10.000€ attraverso la compravendita di azioni.

Abbiamo generato 10.000€ di minusvalenze che rientrano nella categoria di redditi diversi.

Bene questi 10.000€ mi creano uno zainetto fiscale ossia, lo stato mi permette di recuperarle fiscalmente con le successive plusvalenze.

Quindi se nel 2019 guadagniamo ad esempio 6.000€, su quei 6.000€ non ci paghiamo le tasse perché perché avevamo delle minusvalenze pregresse da recuperare.

Quindi nel 2019 pagherò zero tasse e nel 2020 avrò uno zainetto fiscale di 10.000 – 6.000€ ossia di 4.000€. E così via.

Per recuperare le minusvalenze maturate in ciascun anno specifico abbiamo a disposizione 5 anni.

Scaduti i 5.000€ perdiamo questo bonus fiscale. 

Pensate che sia una cosa da poco? Che non sia importante?

L’anno scorso è venuto un cliente che voleva investire i propri risparmi.

Mentre ci parlo mi accorgo che aveva circa 100.000€ di perdite su delle azioni Monte Paschi che aveva comprato anni fa.

Stava perdendo oltre il 99% ed erano perdite che non avrebbe mai potuto recuperare (per una serie di motivi che ho già spiegato in altri video).

Al che gli dico, scusa perché non le vendi?

E lui: beh perché mi rode venderle in perdita.

Ecco questa è una situazione fiscalmente inefficiente.

Ora vi spiego il perché.

Se lui quest’anno guadagna 100.000€, dovrebbe pagare 26.000€ di tasse.

Se invece vende prima quelle azioni incassando una perdita di 100.000€, nei successivi 100.000€ guadagnati si risparmierebbe di pagare 26.000€ di tasse.

Decisamente una bella differenza. 

Ecco questo errore lo fanno in tantissimi e basta una minima conoscenza del funzionamento della fiscalità di uno strumento finanziario per ottimizzare il portafoglio.

Andiamo a vedere adesso un concetto un po’ spinoso per molti e come sempre cerchiamo di farlo spiegandolo nel modo più chiaro possibile.

Quando subite delle perdite, otterrete sempre dei redditi diversi.

Perdite uguali a redditi diversi.

Quando invece ottenete dei profitti arrivano i problemi perché a seconda dello strumento finanziario che state utilizzando, potete generare dei redditi diversi o dei redditi da capitale.

Quando si tratta di plusvalenze, sono redditi da capitale e quindi non possono essere usati per compensare minusvalenze pregresse i seguenti:

  • Cedole di obbligazioni
  • Dividendi di azioni/fondi/etf 
  • Cedole di certificates quando non sono condizionate al verificarsi di eventi specifici e sono quindi certe
  • Conti correnti, conti di deposito vincolati o non e libretti
  • Gestioni patrimoniali
  • Polizze vita ramo 1 3 e 5
  • Plusvalenze generate dalla compravendita di quote di fondi o ETF

Quindi se avete delle minusvalenze da recuperare non ha senso ad esempio farsi un portafoglio di soli fondi o Etf.

Perché pagherete sempre e comunque le tasse sugli eventuali profitti o dividendi distribuiti.

E quelle minusvalenze che avete marciranno finché non scadranno.

Avrebbe invece più senso farsi un portafoglio dove ci sono, insieme a fondi ed ETF anche singole azioni in modo tale da poterle usare per recuperare le minus

Sui fondi e gli Etf la situazione è abbastanza assurda.

Non si è capito infatti per quale motivo lo stato considera le plusvalenze ottenute dalla loro compravendita come redditi da capitale e quindi come redditi certi nell’ammontare e nell’esistenza.

È una cosa assurda, ma tanto è.

Ce ne dobbiamo fare una ragione.

E quindi un portafoglio fatto solo di fondi o ETF diciamo che fiscalmente non è ottimale. 

Non è che devi fare solo singole azioni o singole obbligazioni, ma se ce ne metti un po’ male non fa.

Chiaramente senza comprarle ad minchiam.

Redditi derivanti da ETF ed ETC

Anche sugli ETF c’è da fare una distinzione perché le persone fanno sempre confusione.

Sono redditi da capitale solo le plusvalenze generate dalla compravendita di ETF.

Mentre invece sono redditi diversi le plusvalenze generate dalla compravendita di ETC (che sono praticamente ETF che investono in materie prime) ed ETN che sono completamente diversi dagli ETF ed ETC in quanto sono titoli cartolarizzati (sostanzialmente titoli di debito) emessi dall’emittente.

E quindi decisamente più pericolosi e rischiosi.

Dopo questa carrellata di informazioni, spero che abbiate preso appunti, andiamo a vedere l’entità della tassazione.

Le tasse su redditi da capitale e redditi diversi

I redditi da capitale sono tutti tassati al 26%.

I redditi diversi sono tutti tassati al 26% fatta eccezione per:

  • Titoli di stato presenti nella white list (esempio Bund, Btp)
  • Titoli sovranazionali (esempio obbligazioni della World Bank)
  • Buoni fruttiferi postali

Su tutto il resto pagate il 26%.

Prima era tutto il 12,5% ma poi lo stato ha dovuto fare cassa e le ha portate al 26%.

Una precisazione: quando investite in un ETF o un fondo che investe a sua volta in titoli di stato che sono in watchlist, sulla parte del capitale investito in questi titoli ci pagate il 12,5% e sul restante il 26%.

Quindi se il fondo investe il 50% in titoli di stato italiani e il resto in obbligazioni, se voi ottenete una plusvalenza di 10.000€, su 5.000€ pagherete il 12,5% e sui restanti 5.000€ pagherete il 26%. 

Se adesso stai pensando: ah io sono più furbo investo tutto in titoli di stato e buoni fruttiferi perché ci pago meno tasse, stai dicendo una grande cazzata.

Lo so che in banca via hanno abituato che si parte dalla scelta del prodotto

Ma non è così che va fatto.

Non compro buoni postali perché ci pago meno tasse.

Compro buoni postali se vengono incontro ad una mia esigenza specifica.

Lo stesso vale per i BTP. E poi non ha alcun senso concentrare il portafogli di rischi specifici. 

Andiamo avanti perché non è finita qui.

L’imposta di bollo

L’imposta di bollo non è altro che una piccola patrimoniale.

L’hanno chiamata imposta di bollo ma di fatto è una tassa sul patrimonio. 

L’imposta di bollo ammonta a 34,20€ l’anno per conti correnti e libretti di risparmio postali o bancari se la giacenza media supera i 5.000€.

Se la giacenza media è inferiore ai 5.000€ allora l’imposta di bollo di 34,20€ non è dovuta.

Per tutto il resto, l’imposta di bollo assume il valore dello 0,2% annuo.

Quindi se avete 100.000€ investiti in qualsiasi strumento finanziario, sappiate che pagate lo 0,2% annuo ossia 200€.

Attenzione perché anche i conti correnti vincolati, i conti deposito e buoni fruttiferi postali pagano un’imposta di bollo pari allo 0,20%.

Ve lo dico perché molte volte gli impiegati sono smemorati e se ne dimenticano. 

Sono invece esenti da imposta di bollo le polizze vita ramo I

Domani andiamo a fare tutti le polizze vita ramo I. Non vi azzardate! Non hanno l’imposta di bollo, ma hanno problemi ben più gravi.

In tanti mi dicono “vabbè allora sai che c’è? prendo e mi apro il conto all’estero”. 

No! L’imposta di bollo la pagate anche se aprite un conto all’estero.

In questo caso non si chiamerà imposta di bollo ma IVAFE (Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero), ed è e sempre dello 0,2%.

In pratica si chiama solo in maniera diversa ma è la stessa identica cosa.

Un’ultima avvertenza.

Attenzione perché sulle obbligazioni ed azioni estere possono essere applicate ulteriori ritenute alla fonte che possono comportare tassazioni molto elevate.

È il caso delle cedole delle obbligazioni e dei dividendi azionari che, salvo specifici accordi bilaterali tra stati, vengono tassati due volte.

Una prima volta alla fonte, cioè dallo stato in cui abbiamo comprato l’azione o l’obbligazione e una seconda volta in Italia per la quota parte rimanente

Faccio un esempio.

Ricevete un dividendo lordo di 100$ da una società americana.

Questo dividendo sarà prima tassato in America e poi in Italia.

Se la tassazione in America è del 35%, salvo accordi bilaterali, dei 100$ iniziali ne riceverete direttamente 65. Poi su quei 65$ ci dovrete pagare il 26% di tassazione italiana.

Vi rimarranno così 48$. La tassazione complessiva sarà stata perciò del 52%.

I tre regimi fiscali che possiamo adottare

Concludiamo questo articolo andando a parlare dei tre diversi regimi fiscali che possiamo adottare:

Dichiarativo;

Amministrativo;

Gestito

La differenza fondamentale tra i tre consiste nel rapporto tra risparmiatore e intermediario.

Il regime dichiarativo è un regime fai da te.

Durante l’anno fate tutte le operazioni che volete, poi all’inizio dell’anno successivo stampate il rendiconto che dovrete poi portare al vostro commercialista.

Commercialista che provvederà a farvi il calcolo delle tasse che dovrete pagare. 

Attenzione: anche in questo regime i redditi da capitale non sono compensabili con redditi diversi. 

Sui redditi di capitale continua ad esserci la tassazione alla fonte, cioè per conto dello Stato, tranne per gli strumenti non armonizzati come ad esempio alcuni fondi specifici di diritto straniero. 

Il regime amministrato invece prevede che ci sia un intermediario che si occupa di tutti gli adempimenti fiscali, che svolge il ruolo di sostituto di imposta.

Normalmente quasi tutti gli intermediari Italiani ed europei fanno anche da sostituto d’imposta e permettono quindi di adottare il regime amministrato.

Altri intermediari, soprattutto quelli extra-ue invece non permettono di avere un regime amministrato e ti obbligano ad usare quello dichiarativo. 

Che tra l’altro io preferisco.

Con il regime amministrato il risparmiatore incassa quello che ha guadagnato, il capital gain, al netto di tutte le tasse e senza ulteriori obblighi nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

È dunque la banca ad occuparsi di tutto

Anche in questo regime i redditi da capitale non sono compensabili con i redditi diversi.

Possono optare per tale regime le persone che non lavorano come imprenditori commerciali o società semplici ecc.

Se avete un conto in regime amministrato e un conto in regime dichiarativo, o se avete più conti in regime amministrato sappiate che non potete compensare le minusvalenze fatte su un conto con le plusvalenze fatte su un altro. 

Immaginate il regime amministrato come una grande scatola chiusa di proprietà della banca.

Le minus che fate in quella banca rimangono dentro quella scatola e non possono uscire.

C’è un modo per farle uscire? Certo.

Dovete farvi aprire la scatola dalla banca e farvi certificare le minus da recuperare.

Come si fa? Ci sono tre modi:

  • Chiudete il dossier titoli
  • Chiudete il conto corrente
  • Comunicate alla banca di voler passare dal regime amministrato a quello dichiarativo.

In tutte e tre queste occasioni la banca è obbligata ad aprire la scatola e certificarvi le minus.

Potete poi prendere queste minus e portarle presso un altro conto in regime dichiarativo o amministrato

Se invece avete più conti in regime dichiarativo, potete sempre e comunque compensare minus e plus ottenute su conti diversi.

Infine abbiamo il regime gestito. In questo caso si delega all’intermediario sia la gestione dell’investimento che degli adempimenti fiscali

Come nel caso del regime amministrativo, l’intermediario funge da sostituto di imposta.

Tra tutti e tre, io preferisco di gran lunga quello dichiarativo perché permette maggiore libertà.

Trasformati in un vero trader con il percorso da 0 a finalmente Trader, senza commettere quei terribili (e costosi!) errori che io stesso ho commesso 10 anni fa!.

Consiglio finale

Concludiamo con il consiglio finale che dovete scrivervi sulla fronte.

Ottimizzare l’aspetto fiscale dei propri investimenti è importante, ma non è il fattore più importante.

Il mio portafoglio deve essere fatto in funzione dei miei obiettivi e dei miei orizzonti temporali.

Solo dopo sceglierò i migliori strumenti per raggiungere questi obiettivi ed infine effettuo un’ottimizzazione fiscale per evitare di bruciare soldi inutilmente.

Ma non è che scelgo il prodotto finanziario perché ci pago meno tasse e poi ci adeguo sopra una mia esigenza.

È come andare al supermercato a fare spesa. Non è che comprate il merluzzo solo perché è in offerta.

Magari siete allergici oppure ne avete già a casa o semplicemente avete intenzione di cucinare altro per quel giorno. 

Quando andate al supermercato avete già in mente cosa vi serve.

Poi se lo trovate in offerta ancora meglio.

Un esempio incredibile di come si fanno intortare le persone con la scusa del risparmio fiscale sono i PIR, i piani individuali di risparmio.

Accecati dal risparmio fiscale e dalle pressioni commerciali delle banche, molti risparmiatori italiani si sono riempiti le tasche di questi prodotti

Prodotti che sono un concentrato di rischio Italia con dei costi esorbitanti per gli investitori.

Gli investitori si sono caricati di rischio e di costi per avere un’esenzione fiscale su delle plusvalenze, teoriche, che potrebbero anche non esserci, dopo 5 anni dal loro investimento. 

Chiaramente a 2 anni e più dal loro esordio sono tutti in perdita.

Se non recuperano le perdite, il beneficio fiscale se lo sbattono nei denti.

E gli unici che ci hanno guadagnato come al solito sono le banche, i loro manager i loro venditori che nel frattempo si sono messi in tasca laute commissioni, bonus e premi di raccolta.

Più che un articolo oggi abbiamo fatto un corso vero e proprio sulla fiscalità.

Fatene tesoro perché queste cose non ve le dice nessuno.

E il vostro portafoglio è ottimizzato o no a livello fiscale?

Fatemelo sapere lasciando un commento qui sotto così vediamo cosa ne pensate.

Alessandro Moretti

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