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Analisi fondamentale: la guida completa

Cos’è l’analisi fondamentale, a cosa serve, quali informazioni ci offre per fare trading e perché è così importante conoscerla.

L’analisi fondamentale insieme all’analisi tecnica sono i due strumenti imprescindibili per fare analisi di mercato.

Solo analizzando il mercato e le sue componenti puoi fare investimenti e trading di valore.

Se sei alle prime armi tanto più questo tipo di analisi fa al caso tuo.

Mentre l’analisi tecnica si basa sull’analisi di grafici, l’analisi fondamentale fa le sue analisi all’esterno dei movimenti di prezzo dei diversi asset e settori.

L’analisi tecnica può spesso risultare più difficile e richiede maggiore impegno e studio. 

Se al momento non puoi dedicarti a pieno allo studio, l’analisi fondamentale per imparare a familiarizzare e destreggiarsi nel mondo del trading e dei titoli fa sicuramente al caso tuo.

Con questa lettura imparerai a conoscere e ad usare l’analisi fondamentale per fare analisi attente e sempre più valide dei titoli.

Scopriamo allora come funziona l’analisi che ha reso Warren Buffett il quarto uomo più ricco del mondo.

Definizione di analisi fondamentale

L’analisi fondamentale consiste nello studio dell’andamento del mercato partendo da un’analisi economico finanziaria dell’azienda in cui vogliamo investire. 

Si studieranno così i dati economici, di gestione e di bilancio di un’azienda confrontandoli con quelli dell’intero settore o di altre aziende competitor. 

In questo caso si analizzeranno sia i dati macroeconomici (market mover) che i dati specifici di un’azienda e da una visione più a lungo termine.

Se ne approfondisce la comprensione, il funzionamento e l’andamento di questa avvalendosi di indici, quozienti e analisi sui flussi finanziari.

Quindi a differenza dell’analisi tecnica più che studiare l’azione in sé si studia l’azienda, la società.

Ma a cosa serve? Perché la facciamo?

L’analisi fondamentale ci permette di capire se un investimento è valido o no stimando il “fair value” ossia il valore intrinseco, corretto, delle azioni.

Conoscendo il fair value lo confronteremo con il prezzo attuale delle azioni quotate dell’azienda, il market value.

Dal confronto potremo capire se un’azione è:

  •  sottovalutata: market value < fair value
  •  sopravvalutata: market value > fair value

Se un’azienda è sottovalutata (prezzo di mercato inferiore al valore intrinseco dell’azione) allora avremo scovato un’opportunità di investimento, bisognerà solo aspettare che il mercato si accorga di questo squilibrio e recuperi.

Il recupero dello squilibrio farà alzare le quotazioni. 

Noi cominceremo a guadagnare di più e a poter volendo rivendere l’azione guadagnando dalla differenza tra il prezzo a cui noi abbiamo comprato quando era sottovalutata rispetto a quello corretto.

Conoscendo il valore degli strumenti di mercato potremo decidere come posizionarci.

Lo scopo finale però è di poter fare previsioni sui movimenti futuri dei prezzi, la stabilità e i risultati futuri di un’azienda e delle sue azioni, perciò guadagnare investendo in essa.

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Cosa si studia nell’analisi fondamentale

Nell’analisi fondamentale per riconoscere il fair value come detto si analizzano 2 macro aree di informazioni:

  • dati macroeconomici
  • dati microeconomici

Gli elementi macroeconomici riguarda indicatori del sistema in generale, i cosiddetti market mover, il cui andamento influenza il prezzo degli asset, un esempio di questi indicatori per eccellenza sono il PIL ed il tasso d’inflazione.

Gli elementi microeconomici studia le informazioni dell’azienda per valutare e monitorare solidità e redditività di questa. 

Nell’analisi microeconomica si procederà analizzando:

  • la strategia dell’impresa target ( quella di cui si intende stimare il valore intrinseco)
  • analisi economica generale e del settore di riferimento dell’impresa;
  • il Bilancio composto di Conto Economico e lo Stato patrimoniale (analisi nota come forecasting.)
  • Questa analisi mira a individuare i payoff da impiegare nei vari metodi di valutazione (free cash flow, dividendi, risultato operativo anomalo);
  • gli indicatori di Bilancio (ROE, ROI, ROA) confrontandoli con i dati storici della stessa o di società target o concorrenti;
  • altri indici e metodi per individuare il fair value sono i multipli di mercato e l’analisi dei flussi di cassa. Tra questi citiamo il Discounted Cash Flow method (DCF); Diviend Discount Method (DDM); Gordon Growth Model; Economic Value Added (EVA). DCF e EVA consegnano stime dell’Enterprise value, DDM e Gordon Growth Method del Value of Equity. 

L’insieme dei risultati di queste analisi indicano in quale direzione si sta muovendo un’azienda, saperlo ci aiuta a capire se e come investirei.

Quando usare l’analisi fondamentale

L’analisi fondamentale aiuta a individuare il valore corretto di un’azienda è per questo più adatta per le attività di investimento e meno per il trading “aggressivo”.

Individuando il valore reale di un asset dà una visione di medio lungo termine e richiede un’ampia analisi e profonda valutazione dei dati aziendali risulta perciò spesso più complicata e dispendiosa. 

Per questo motivo, solitamente, non è adeguata per chi cerca di operare a breve – brevissimo termine guadagnando dalla compravendita delle azioni. 

In questo secondo caso la strada da seguire è indicata dall’analisi tecnica. 

Purtroppo l’analisi fondamentale non prende in considerazione l’impatto di eventuali eventi politici e legislativi improvvisi che possono sconvolgere o sorprendere il mercato.

Dire se sia meglio una o l’altra analisi sarebbe un errore.

L’analisi fondamentale e l’analisi tecnica sono complementari

La fondamentale indica se e come posizionarsi su un titolo, la sua opportunità. 

L’analisi tecnica indica il timing. 

Per questo se ci si avvale di entrambe le decisioni e le strategie risultano più complete ed efficaci.

Il doppio interesse di diventare azionisti.

Quando andiamo a comprare un’azione diventiamo azionisti. Cosa significa? 

Significa che stiamo investendo in questa, nella sua crescita e redditività.

E’ come se ne possedessimo un pezzettino.

Abbiamo possibilità se non decide di reinvestirli nell’esercizio successivo ai suoi dividendi come remunerazione per avervi investito.

Oltre ai dividendi, meno certi, abbiamo però l’opportunità di guadagnare dal capital gain ossia la differenza tra il prezzo di vendita e di acquisto di un titolo.

Se abbiamo investito quando il prezzo era basso e ora è cresciuto e lo vendiamo ne guadagneremo la differenza.

In entrambi i casi dividendo e capital gain è nostro interesse che l’azienda si mantenga sana, forte e…redditizia

Anche perché se l’azienda fallisce fallisci anche tu che hai acquistato quel pezzettino, la tua azione è cartastraccia.

Per capire se è tale ecco che l’analisi fondamentale si rivela strategica.

Nell’approfondire l’analisi fondamentale dobbiamo perciò prima di tutto capire cos’è un’azienda.

Conoscere l’impresa

Analisi fondamentale sta ad analisi aziendale ma cos’è un’impresa?

Se dobbiamo studiare bilanci, stati e report economico finanziari di un’impresa, cose, sì, a volte un po’ barbose, è necessario ricordarci un momento cos’è un’impresa e quanti tipi ve ne sono.

I bilanci ed i report oltre che un obbligo imposto dalle leggi sono i primi strumenti con cui un’azienda ha potuto valutare se stessa.

Prima che i controlli di qualità divenissero famosi erano questi gli unici strumenti con cui la direzione aziendale poteva capire cosa stava facendo, se quanto offriva piaceva ai clienti e infine decidere come procedere.

L’azienda si può definire come:

“un sistema complesso all’interno del quale si intrecciano elementi tangibili e intangibili, immobilizzazioni materiali e immateriali, mezzi tecnici ed intelligenze, risorse finanziarie ed umane secondo un disegno finalizzato, in ogni caso, alla produzione e diffusione di valore” (Sciarelli)

Dalla definizione emerge che ogni impresa può essere vista come:

  1. un’organizzazione economica
  2. un sistema sociale
  3. una struttura patrimoniale

Come organizzazione economica mira a soddisfare bisogni attraverso l’attività di produzione che trasforma le risorse in entrata in beni e servizi che poi rivolge ai propri clienti. 

Ogni impresa opera non solo a vantaggio dei propri clienti infatti con i suoi processi e la sua attività contribuisce a cambiare l’ambiente socio-economico.

Costituisce un sistema sociale che si inserisce e interfaccia con sistemi più ampi: un microambiente quello di mercato, e un macroambiente composto da un ambiente politico istituzionale, un ambiente demografico-sociale, un ambiente culturale-tecnologico.

Come struttura patrimoniale richiama due elementi il capitale e la capacità imprenditoriale.

L’imprenditore impegna le proprie capacità ed abilità professionali e investendo un certo capitale.

L’impresa attraverso dunque processi e risorse deve soddisfare con la sua funzione tipica la sua funzione esistenziale: la produzione di reddito, di valore.

Un’impresa se vuole durare nel tempo, sopravvivere, deve riuscire a fare utili, deve guadagnare.

Se non vende e ottiene da questo dei profitti l’impresa non può sopravvivere. 

Non riuscirà a ripagare le risorse impiegate, i costi sostenuti, e non riuscirà a resistere alla competizione.

E noi che abbiamo investito in essa oltre al dispiacere di vederla fallire avremo il dispiacere di aver perso il nostro investimento.

Fidatevi succede pensate a Nokia, Blockbuster che non hanno saputo comprendere l’ambiente circostante e sono fallite.

O ancora a Tiscali che non ha mai fatto utili e di conseguenza il titolo ha continuato a perdere così come l’azienda.

La dura lotta per la sopravvivenza

Le forze competitive che un’impresa si trova a fronteggiare sono diverse. Porter ne ha individuate 5 che sono rappresentate nello schema in figura.

Le 5 forze compongono il sistema competitivo e sono:

  1. fornitori
  2. potenziali entranti
  3. prodotti sostitutivi
  4. acquirenti
  5. concorrenza stretta, le altre imprese direttamente concorrenti

Conoscere ognuna di queste forze aiuta un’azienda a comprendere la struttura del settore dove opera, la sua redditività nel medio-lungo termine e individuare un vantaggio competitivo che sia duraturo.

Oltre alle forze competitive un’impresa prima ancora deve riuscire a ripagare i costi che le risorse e il processo produttivo richiedono. 

Un’impresa ottiene utili, guadagni se i ricavi sono maggiori dei costi.

E’ una semplice differenza tra due parti come si può vedere anche nel grafico in basso.

Il grafico evidenzia che quando i ricavi sono maggiori dei costi siamo nell’area dei profitti al contrario se i costi sono maggiori dei ricavi nell’area della perdita.

Una parte positiva dei ricavi e una negativa, i costi.

I ricavi si generano con la vendita di beni e servizi i costi dipendono dalla produzione.

Aumentando i ricavi rispetto ai costi aumenta la ricchezza che un’impresa ha a disposizione piuttosto che intaccarla.

Più aumentano gli utili più un’impresa è forte e in salute.

Una maggiore ricchezza dell’impresa unita a politiche aziendali accorte e intraprendenti porta alla sua crescita e quindi ad un’ulteriore crescita della ricchezza e forza dell’impresa.

Sull’importanza o no delle dimensioni di impresa funzionali alla sua crescita sono stati scritti manuali, al momento il discorso è ancora aperto perchè si può non crescere in dimensioni ma anche in importanza, ma il discorso come detto è ancora in corso di studio.

Conoscere questi elementi è necessario per capire come operare e quali variabili indagare quando si fa analisi fondamentale.

I costi di un’impresa si dividono in due tipi fondamentali:

  • costi fissi
  • costi variabili

La differenza tra costo fisso e costo variabile è riferita alla possibilità o meno di variare un costo di produzione nel breve periodo.

I costi fissi sono quei costi che nel breve periodo non possono essere modificati. 

Per esempio la capacità produttiva di un impianto, la tecnologia, non si può modificare nel breve periodo. Per esempio costi fissi sono le tasse o il costo dell’affitto del capannone.

I costi variabili invece variano al variare della quantità prodotta. 

Per esempio se devo produrre dieci camicie avrò più necessità di bottoni che se ne devo produrre cinque. 

Se poi ad esempio all’inizio non ho molto capitale e soldi disponibili potrò applicare meno bottoni su una camicia che se potessi invece fare un lavoro sartoriale e mettere i bottoni anche sul colletto.

La differenza riassuntiva tra costi fissi e variabili è rappresentata anche nell’immagine.

Sono i sistemi di contabilità a registrare l’entità dei ricavi e dei costi. 

La contabilità analitica studia dove e come si generano i maggiori ricavi di un’impresa e dove sorgono le maggiori voci di costo.

L’analisi dei bilanci e dell’ambiente competitivo in cui opera l’impresa è necessario per la formulazione delle strategie e prendere decisioni, come l’eliminazione o la ristrutturazione dei sottosistemi aziendali meno redditizi.

Capite dunque perché se vogliamo fare analisi fondamentale dobbiamo conoscere ed analizzare questi documenti ed i report connessi?

Lì è dove è nascosta la risposta alla domanda: conviene o no investire in questa azienda?

Prima però di andare a studiare bene quali sono gli indici e gli indicatori principali da utilizzare nell’analisi fondamentale, per decidere se investire o no in un’impresa dobbiamo conoscere la sua capitalizzazione, che tipo di impresa è, le sue dimensioni e quale tipo di business fa, se, infine, è monoprodotto o multiprodotto. 

Tipi di impresa e capitalizzazione

Individuare le diverse dimensioni aziendali ci permette di capire se un’impresa è sana e forte o no.

La classificazione delle dimensioni di un’azienda dipende da anche da come la legge le considera.

Ci sono diversi parametri per misurare la dimensione di un’azienda e come:

  • il numero dei dipendenti,
  • il fatturato,
  • il capitale sociale,
  • gli investimenti fissi.

Oltre a questi criteri molto spesso influenza la dimensione ed il tipo di impresa anche il mercato ed il settore in cui opera.

Per esempio un’impresa di servizi può essere molto più piccola di dimensioni di una grande impresa manifatturiera, ma per fatturato essere invece molto più grande. 

Magari un’impresa di chip e strumenti tecnologici può guadagnare molto di più di una grande impresa di cereali che ha campi vastissimi di orzo e riso e tanti macchinari da lavoro e trasporto e una discreta forza lavoro.

In Italia e per tutta l’Unione Europea le imprese vengono classificate con la Raccomandazione n. 2003/361/Ce del 6 maggio 2003 ed applicata in Italia nel 2005.

Le imprese per la tipologia, l’organizzazione e i capitali disponibili si comportano e hanno necessità diverse tra loro.

In Europa si classificano le imprese su tre parametri: numero di occupati, fatturato o totale di bilancio.

Ci sono 4 dimensioni che un’impresa può avere:

  • Micro impresa = Occupati < 10 dipendenti – Fatturato o Bilancio totale ≤ 2 Milioni di euro
  • Piccola impresa: occupati < 50 dipendenti – Fatturato o Bilancio totale ≤ 10 Milioni di euro
  • Media impresa: occupati ≤ 250 dipendenti – Fatturato ≤ 50 milioni di euro o Bilancio totale ≤ 43 Milioni di euro.
  • Grande impresa: supera due o tutti i parametri precedenti.

Le Piccole e Medie imprese devono mantenere i requisiti e il principio di indipendenza rispetto ad altre imprese.

A seconda della sua dimensione e forma contrattuale un’impresa avrà secondo la legge italiana obblighi e diritti contabili diversi.

Sono soggette alla contabilità ordinaria:

  • società di capitali;
  • imprese individuali
  • società di persone con ricavi superiori a:
      

    • 400.000 euro se svolgono attività di prestazione di servizi;
    • 700.000 euro se svolgono altre attività.

Sono soggette a contabilità semplificata: imprese individuali e le società di persone che non superano questi limiti.

A noi interessano le società quotate, esse per poter accedere alla quotazione devono dimostrare di possedere requisiti formali e sostanziali, che poi devono impegnarsi a mantenere nel tempo.

Quindi quando ci si quota si deve essere disposti a mantenerli nel tempo.

Ma perché un’impresa si quota?

Sono diverse le risposte dietro alla decisione di un’impresa di quotarsi.

Molte società si quotano per rafforzare la loro forza e il loro prestigio, dimostrando al mercato che sono oramai tanto grandi e forti da poter suscitare interesse da investitori terzi e sostenere l’andamento del mercato dei capitali o anche per attirare l’attenzione e promuoversi a livello internazionale.

Un’altra motivazione è nel migliorare il loro standing creditizio verso finanziatori e creditori.

In questo modo quotandosi possono finanziare e attrarre capitali per investimenti importanti.

Si è visto che le imprese che intendono quotarsi hanno di sviluppo più alti. Dati confermano che il fatturato prima della quotazione cresce del 22% annuo e dopo del 18% 

La quotazione comporta anche un maggiore credito presso le banche, i titoli quotati possono essere infatti dati come garanzia.

Un vantaggio secondario della quotazione è che essa può funzionare come incentivo anche per management e dipendenti, che possono ricevere o acquistare le azioni e investire su di loro e l’azienda.

Oltre alla dimensione di impresa nell’analisi fondamentale è importante capire se un’azienda è mono o multiprodotto.

Le aziende monoprodotto offrono alla propria clientela o generano gran parte del loro fatturato da un solo ed unico prodotto o servizio.

Al contrario le aziende multiprodotto offrono e generano il loro fatturato da un’ampia gamma di prodotti e/o di servizi. 

Per esempio un’azienda multiprodotto è Microsoft una monoprodotto è Apple.

Ne deriva che le aziende monoprodotto sono potenzialmente più aggredibili e meno forti poiché dipendono i loro ricavi solamente da un unico settore e da un unico prodotto. 

Se ad esempio produco solo camicie di seta e la raccolta di questo bene va male o sorgono nuove tasse all’importazione della seta è possibile che il mio budget e il mio fatturato diminuiscono.

Se invece oltre a camicie in seta produco abiti intimi potrò remunerare o controbilanciare la perdita.

In maniera simile funziona per i prodotti stagionali pensate ai gelati o ai ghiaccioli, o ancora ai costumi o di contro alle catene da neve o gli slittini o gli abiti in pile, insomma di esempi ce ne sono molti.

Fate attenzione però! 

Ad esempio Rolls Royce fa parte del gruppo BMW.

 Quindi oltre che analizzare dimensioni e prodotti ricordatevi per una buona analisi fondamentale di analizzare se:

  • fa parte di un gruppo
  • ha attive partnership con altre aziende 
  • in quali Paesi l’azienda opera

Ognuna di queste informazioni può rivelarsi influente nel valutare se un’azienda è solida e se vale la pena investirvi.

Ad esempio in basso riportiamo una mappa con i prodotti numeri uno per vendite a seconda della nazione con la peculiarità di essere tutti parte del gruppo Unilever.

Prima di arrivare alla parte più operativa e più spinosa con gli indici immancabili per condurre una buona analisi fondamentale approfondiamo la capitalizzazione di un’impresa.

In economia aziendale la capitalizzazione consiste nel destinare una fonte dei risparmi e ricavi conseguiti agli impieghi.

Essa è data dal rapporto tra capitale proprio e mezzi di terzi.

Se questo rapporto è alto e vicino o maggiore di 1 allora l’azienda può fronteggiare i suoi debiti. 

Mentre se è basso o prossimo allo 0 allora i creditori sono poco garantiti.

Bisogna comunque sia prestare attenzione anche ad una capitalizzazione alta perchè vorrebbe dire che l’impresa non sta investendo o per qualche motivo, reputazione, solidità non ha accesso a forme di finanziamento.

In finanza, la capitalizzazione finanziaria o di mercato è invece:

num. di azioni  x prezzo di mercato di un’azione

può essere molto diverso dal loro valore nominale.

Per esempio una società ha un patrimonio di 50 azioni che vengono scambiate a 10 euro l’una, avremo:

50 x 10€ = 500€ di capitalizzazione

La capitalizzazione può essere usata per avere un’idea dell’opinione pubblica sul patrimonio netto di un’impresa e riflette il valore patrimoniale di una società. Indica il valore di mercato di un’azienda.

Non tutte le azioni sono però scambiate sul mercato aperto, quelle scambiate sul mercato aperto si dicono float.

La capitalizzazione viene anche usata come una misura delle dimensioni di un’azienda. 

Non solo l’insieme delle capitalizzazioni delle imprese quotate su di una borsa sommate tutte insieme è usata anche per misurare la dimensione di un settore o di un’intera borsa. 

A proposito vi lasciamo la seguente immagine sulla capitalizzazione nel 2017 di Apple-Amazon-Google-Facebook e di come la loro capitalizzazione vale 3,5 volte l’intera capitalizzazione della borsa di Milano.

La capitalizzazione serve per decidere in quale segmento di borsa collocare un’azienda.

In Italia le società più capitalizzate si trovano sul segmento blue chip dell’MTA della borsa italiana. 

La capitalizzazione oltre che come misura della dimensione di un’azienda si usa anche come misura della liquidità di un titolo.

Più un titolo è capitalizzato più è liquido e quindi meno soggetto a manipolazioni di prezzo.

Tuttavia affidarsi alla sola capitalizzazione di un’azione è un errore.

Se dovessimo scegliere solo in base all’andamento del flottante possiamo incorrere in gravi errori e investimenti sbagliati perché anche imprese ad alta capitalizzazione possono essere frutto di speculazione e manipolazioni.

Una volta indagata l’azienda, la capitalizzazione, il suo modello di business ed i prodotti, si deve passare però a dati concreti e indici che si possono confrontare nel tempo e che indicano in maniera reale se il business ed il prodotto fornito sono vincenti e sostenibili.

Per capirlo ci si avvale di precisi indici e indicatori, entriamo nel vivo e concreto mondo dell’analisi fondamentale. 

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Indici ed indicatori essenziali per una buona analisi fondamentale

L’analisi fondamentale si fa tanto, quasi tutta, studiando i bilanci appunto i suoi fondamentali di bilancio

Ma cosa di quel mondo di numeri, dati e tabelle dovete assolutamente misurare e cosa non vi serve?

Il bilancio d’esercizio di un’impresa serve per capire il reddito realizzato nel periodo amministrativo considerato e il capitale di funzionamento. 

Il bilancio d’esercizio si compone di 3 parti:

  • stato patrimoniale
  • conto economico
  • nota integrativa

Lo Stato patrimoniale riporta la situazione patrimoniale ad una certa data di un’impresa.

Si compone di 2 parti:

  • patrimonio attivo: impieghi e investimenti
  • patrimonio passivo: finanziamenti 

analisi fondamentale

Il conto economico dà le informazioni su quanto ha realizzato nel periodo considerato, un anno.

Sono misurate così:

  • il fatturato, cioè quanto ha venduto
  • i costi sostenuti
  • gli interessi e i proventi finanziari
  • gli interessi e i proventi straordinari
  • le tasse 
  • l’utile netto (net earnings)

utile netto rappresenta ciò che rimane dopo la gestione ordinaria e straordinaria, è il profitto complessivo, il guadagno realizzato da una società.

Se positivo si può decidere se reinvestirlo in azienda o se consegnarlo agli azionisti (voi) come dividendo, riceverete così come una piccola cedola.

Se l’utile è positivo l’azienda può finanziarsi e non richiedere prestiti o ripagare quelli già contratti e come detto dare dividendi. Se è negativo ovviamente può diventare un problema.

Il bilancio consolidato è il bilancio che evidenzia la consistenza patrimoniale e l’andamento economico di un insieme di società controllate da una stessa società capogruppo che lo redige.

A partire dalle grandezze presenti nel bilancio di esercizio sono state nel tempo elaborati indici che permettono di valutare un’azienda.

In basso l’immagine rappresenta i diversi metodi per valutare un’azienda.

Come possiamo vedere sono 2 i metodi principali per la valutazione di un’azienda:

  • i multipli di mercato
  • i flussi di cassa

Ognuno ha dei pro e contro, ma sarebbe meglio avvalersi di entrambi nel condurre le nostre analisi.

Proprio per questo approfondiremo ora il metodo dei flussi di cassa e più avanti quello dei multipli. 

I risultati che emergono dai due metodi possono anche essere diversi, per risolvere tale problema si fa una media (ponderata) tra i due.

Sta a voi poi in base ai dati presentati decidere con quali vi trovate meglio nel pianificare le vostre strategie. 

Si entra nel vivo dell’analisi!

analisi fondamentale

I flussi di cassa

Il metodo dei Flussi di cassa è anche detto Discounted Cash Flow – DCF.

E’ uno di più accreditati. Permette di trovare il valore del capitale proprio di un’azienda partendo dal valore attuale dei flussi di cassa che potrà fare in futuro e scontati per un certo tasso di attualizzazione.

Per il calcolo serve il valore attuale dei flussi di cassa operativi attesi per un periodo di previsione definito e un valore finale che è uguale ai flussi di cassa successivi al periodo definito.

In alternativa ai flussi di cassa si possono anche usare i dividendi.

Usando i dividendi si ha il Dividend Discount Model (Ddm) si usa però soprattutto per singoli titoli azionari di società apprezzate dal mercato proprio in funzione della loro politica dei dividendi o per le banche.

A quanto pare come Buzz o Dylan in questo caso il cash flow è un po’ spaventoso per tutti.

Trovato il valore dei flussi di cassa si può passare a calcolare il valore dell’azienda.

Il valore di un’azienda è il risultato di 3 elementi combinati insieme: 

  • il valore del flusso di cassa 
  • il tempo in cui si prevede di realizzarli 
  • il rischio 

Per trovare così questo valore basterà sommarli tutti insieme scontandoli del tasso di attualizzazione che riflette il profilo del rischio

Se ne dedurrà che il Valore dell’azienda = VA + Pfn + assets

VA = Valore dei flussi di cassa attualizzati

Pfn = posizione finanziaria netta

Assets = valore degli assets non inerenti alla gestione caratteristica

L’infografica in basso estratta da Borsa Italiana, riassume l’intero percorso per la determinazione dei flussi di cassa, prima, e poi del valore dell’azienda nonché le differenze tra i flussi misurabili. Di sicuro vi aiuterà.

Ci sono 2 possibili flussi di cassa che si possono calcolare:

  1. Flussi levered:  i flussi di cassa disponibili per gli azionisti attualizzati utilizzando il CAPM (Capital Asset Pricing Model) → Free Cash Flow to Equity o FCFE
  2. Flussi unlevered: i flussi di cassa disponibili per azionisti e creditori attualizzati utilizzando il WACC (costo medio ponderato del capitale) → Free Cash Flow to the Firm o FCFF

CAPM e WACC sono i tassi per attualizzare il profilo di cassa e sono tassi che riflettono il profilo di rischio.

Qual è la differenza tra i due?

Il metodo unlevered discounted cash flow arriva direttamente al valore del capitale operativo.

Il valore del capitale netto dell’impresa si ottiene sottraendo da tale valore l’indebitamento finanziario e gli eventuali assets non rientranti nella gestione caratteristica.

Il metodo levered discounted cash flow arriva invece direttamente al valore del capitale netto. 

Tutti e due portano comunque allo stesso valore se il rapporto di indebitamento è correttamente riportato nei tassi utilizzati per scontare i tassi.

Una volta individuato il flusso di cassa (levered o unlevered che sia) ci sono poi 3 metodi per trovare il valore dell’azienda.

Resistete è quasi finito il percorso per questo metodo!

I 3 metodi utilizzabili

Il metodo finanziario fa coincidere il valore d’azienda con il valore attuale dei flussi di cassa attesi. 

  1. Metodi finanziari analitici: i flussi di cassa si misurano ogni anno e così sino al termine della durata dell’azienda. Si applica nelle valutazioni con orizzonte temporale definito, in ipotesi di relativa prevedibilità dei flussi. 
  2. Metodi finanziari sintetici: sono utili per le misure nel lungo periodo e per aziende in equilibrio finanziario duraturo, come aziende ormai giunte alla maturità e con flussi abbastanza regolari nel tempo. Si fondano sulla costanza di alcuni dati quali i flussi di cassa, i redditi netti, i tassi di capitalizzazione. 
  3. Metodi finanziari analitici con terminal value: è il più utilizzato perché risolve il problema della previsione dei flussi. Si misurano e si fa la stima dei flussi di cassa per un certo periodo di tempo (4-7 anni) e poi si procede nel tempo con questa stima sintetica per questo è detto metodo della rendita perpetua. Il valore del capitale quindi è dato dalla somma dei flussi di cassa e dal terminal value che segue specifiche formule (quella di Gordon è la più usata)

I multipli di mercato

State storcendo il naso? 

Lo so “multipli”, troppa matematica fin dall’inizio.

Siete sopravvissuti al metodo dei flussi di cassa e stavate tirando un sospiro di sollievo e vi ritrovate ora in una situazione forse peggiore. 

Se state pensando di chiudere tutto e dire che non fa per voi (perché anche nell’analisi fondamentale devo fare calcoli complicati?) fermatevi!

Anche le cose più complicate se spiegate bene diventano gestibili.

Per fortuna poi questo non è il caso.

A dispetto del nome i multipli di mercato sono relativamente semplici e cosa più agevole gran parte dei software e delle piattaforme permette il calcolo in automatico.

Perciò non chiudete e continuate a leggere.

Sono molto più semplici dei flussi di cassa, che a volte risultano un po’ troppo macchinosi.

Cosa sono i multipli?

I multipli sono rapporti tra i prezzi di mercato di uno strumento (le quotazioni) e una grandezza di bilancio o multipli relativi al valore dell’impresa (enterprise value). 

Le grandezze di bilancio più usate nel calcolo dei multipli sono gli utili, le vendite e il valore contabile del capitale proprio.

Il rapporto tra queste grandezze darà diversi multipli e vengono usati per trovare il valore intrinseco di un’azione data (nota come azione target).

Ci deve essere sempre coerenza tra numeratore e denominatore, coerenza temporale e vanno eliminati eventuali misure errate.

Per quanto riguarda la coerenza temporale si distinguono 3 tipi diversi di multipli:

  • Multipli Current: confrontano i prezzi correnti con i valori dell’ultimo bilancio disponibile.
  • Multipli Trailing: confrontano i prezzi correnti con i risultati degli ultimi 4 trimestri
  • Multipli leading: confrontano i prezzi correnti con i risultati attesi di solito quelli dei 12 mesi successivi.

I multipli trailing essendo più aggiornati sono di solito più esaustivi.

Fatta questa piccola precisazione andiamo a vedere però quali sono i multipli di mercato e come usarli. 

Ci sono infatti diversi tipi di multipli:

  1. di prezzo
  2. di bilancio 
  3. di valore

I multipli di prezzo

Questi multipli partono o dal prezzo a cui è quotata un’azione o dalla sua capitalizzazione di mercato.

I multipli di prezzo principali sono:

Price Earnings Ratio → P/E = Prezzo/Utile per azione

Price to cash flow from operations →  P/CFO = Prezzo/Flusso di cassa per azione (Cash Flow from Operation)

Price to book value → P/B = Prezzo/Valore di libro (valore contabile de patrimonio netto)

Price to Sales → P/S = Prezzo/Vendite

I multipli di bilancio

I principali sono:

ROS → Return on Sales

ROI → Return on Investment

ROE → Return on Equity

ROA → Return on Asset

Gli ultimi due, ROI e ROE, sono anche indici di redditività di un’impresa e li affronteremo poco più avanti.

  1.  I multipli dell’enterprise value (EV) pongono in relazione questo con l’utile, il margine operativo ed altre grandezze presenti sul Conto Economico delle aziende.

L’EV è dato dalla somma tra la capitalizzazione di borsa del titolo quotato e l’indebitamento finanziario netto.

Sull’EV si possono ricavare i seguenti multipli:

  • EV/Ebit
  • EV/Ebitda
  • EV/Sales

In questa nostra analisi dei multipli ci soffermeremo su quelli più frequenti, semplice e più utilizzati: i multipli di prezzo e di bilancio.

Nel metodo dei multipli ci sono 2 tipi di approcci:

  • Asset Side
  • Equity Side

Il primo approccio, Asset Side, stima il valore dell’azienda in maniera indiretta. PArte dal capitale operativo e detrae l’indebitamento.

Il secondo, Equity Side, stima il valore dell’azienda in maniera diretta slegandolo perciò da valutazioni sulla posizione finanziaria netta.

La differenza tra i due approcci così come i multipli di cui si avvalgono sono rappresentati in figura. 

Trasformati in un vero trader con il percorso da 0 a finalmente Trader, senza commettere quei terribili (e costosi!) errori che io stesso ho commesso 10 anni fa!

I multipli di Prezzo

Prima di parlare dei multipli di prezzo introduciamo un attimo un altro indicatore strumentale per calcolare altri multipli, parliamo dell’EPS.

L’EPS è l’Utile Netto per Azione – Net Earnings for Share lo ritrovate in molte analisi a noi serve come base di partenza perchè preso da solo può darci degli errori e dopo tanta fatica è proprio ciò che vogliamo evitare.

L’ EPS è il risultato della divisione tra Utile Netto dell’anno / numero di azioni in circolazione (sia scambiate che non nei mercati).

Il Rapporto Prezzo/Utile o Price/Earnings Ratio – P/E: è il valore conseguente al rapporto tra la capitalizzazione di borsa e l’utile netto dunque il prezzo di mercato del titolo ed EPS.

Il P/E ci dice quanto tempo serve per recuperare quanto abbiamo pagato per acquistare quell’azione.

Certo sempre nell’ipotesi che quel titolo mantenga il valore di utili preso in considerazione al momento del calcolo e dell’esborso. 

Se avete investito bene non dovrebbe essere molto.

Tanto più che gli utili di un’azienda sana dovrebbero crescere nel tempo e non diminuire altrimenti c’è qualche problema (di prodotto o mercato).

Una debolezza del P/E è che dividendo il prezzo per un utile per azione negativo (quindi una perdita) si ottiene una cifra poco significativa.

Di solito le imprese con P/E più basso sono le meno care e di solito più soggette ad apprezzamento ma spesso si rivelano le più rischiose. E’ anche vero che le aziende che però hanno tassi di crescita maggiori hanno anche P/E più alti e più stabili.

Attenzione però perché l’utile netto è soggetto alle politiche di bilancio adottate dalla società che lo possono in parte condizionare. 

Per cercare di ovviare alle possibili debolezze di questo indicatore si ricorre al PEG, Price Earning Growth, il Prezzo/Utile normalizzato per il tasso atteso di crescita degli utili degli anni a venire.

Come usarlo?

Si tende a preferire, io lo faccio, P/E alto, infatti, maggiore è più può essere un indicatore della bontà di un investimento.

Come sempre non va usato solo ed esclusivamente.

Come detto anche nel mio libro va utilizzato insieme ad altri indicatori e soprattutto il combinato con l’EPS ci delinea meglio gli scenari di mercato. 

Però resistete e annotate intanto P/E alto→ titolo buono (per ora).

Prezzo/Cash flow P/CF lo possiamo trovare molto facilmente perchè è il rapporto tra due grandezze che già conosciamo: il prezzo di borsa dell’azione o la capitalizzazione) sul cash flow

E’ simile al P/E solo che al posto dell’utile abbiamo i flussi di cassa.

Cosa indica?

Indica quante volte il mercato valuta i flussi di cassa monetari ossia la liquidità generata dall’impresa. 

Per passare dall’utile contabile al cash flow si segue un procedimento che elimina tutti i valori non monetari (come ammortamenti,svalutazioni/rivalutazioni contabili, crediti e debiti commerciali).

Sconta il fatto di essere molto volatile a causa dei flussi di cassa per questo al suo posto si preferisce il P/E.

Come si legge?

Se è alto l’azienda è possibile che sia sopravvalutata.

Se è basso è possibile che sia sottovalutata.

Se gli utili sono sempre positivi e in crescita, ma il cash flow è basso e in calo ci sono due risposte:

  • siamo di fronte ad una start up
  • c’è qualche problema

Prezzo/Fatturato Price to Sales Ratio P/S è dato dal rapporto il prezzo di un’azione e i ricavi per singola azione non tiene conto nè dell’indebitamento nè della struttura aziendale. 

Cosa indica?

Indica quante volte il mercato valuta i ricavi totali dell’azienda ossia il fatturato riferibile ad una singola azione.

Si usa molto per la valutazione delle aziende in fase di start up.

Come si legge?

La convenienza di un titolo cresce al diminuire del Price/Sales ( P/S ).

Generalmente più è basso (inferiore a 1) più l’azione è sottovalutata.

Più è alto più un’azione è invece apprezzata (soprattutto se superiore a 2). 

Per alcuni analisti il P/S ottimale è quello pari a 1,5.

Un rapporto uguale a questo valore indica che il giusto prezzo (sempre il nostro fair value) dovrebbe essere pari ad una volta e mezza il fatturato per azione.

Prezzo/Patrimonio netto – Price to Book Value ratio P/BV consiste nel rapporto tra il prezzo di un’azione quotata e il suo patrimonio netto.

Cosa indica?

Indica quanto questa grandezza viene valorizzata dal mercato e in quanto è caro rispetto alla quota degli azionisti. Permette di confrontare la valutazione patrimoniale fatta dal mercato (prezzo) con quella espressa dal bilancio della società (patrimonio netto).

Esprime potenzialmente la solidità patrimoniale di un’azione.

Come si legge?

Come gli altri indicatori finora visti se il rapporto restituisce un valore alto allora si ha la possibile sopravvalutazione della società.

Se il rapporto dà un valore basso (inferiore a 1) allora la società sarà sottovalutata perché la capitalizzazione di borsa è inferiore anche al solo ammontare del patrimonio netto, senza contare le eventuali prospettive reddituali. 

In realtà, però, il “valore di libro” che si evince dal conto economico può essere inquinato da politiche contabili particolari o non tenere in conto i beni intangibili.

Di conseguenza un’azione che sembra sottovalutata può non esserlo se opera ad esempio nel settore dei servizi

I multipli di bilancio 

ROS, ROI e  ROE, i tre indici sono invece molto importanti non solo nell’analisi fondamentale ma nel più generico ambito delle valutazioni di azienda.

Vediamo brevemente cosa sono e come utilizzarli, abbiamo dalla nostra che sono molto semplici. 

Come si vede in figura si ottengono combinando grandezze di bilancio tra loro.

analisi fondamentale

Il ROS è il Return On Sales letteralmente il ritorno sulle vendite. 

Esso è il risultato del rapporto tra il risultato operativo (o anche EBIT) e il fatturato (i ricavi netti delle vendite) moltiplicato poi per 100.

Indica proprio la redditività delle vendite di una società ossia quanto esse hanno contribuito.

Studiando le vendite si può usare per misurare l’efficienza di segmenti diversi di vendita.

Per esempio quanto le vendite di un prodotto hanno inciso sul ricavo.

Si può usare per fare confronti invece con un secondo prodotto e valutare quale dei due per vendite ha dato un ritorno maggiore.  

Con questo indicatore si misura la quantità di ricavo netto conseguito per ogni euro di fatturato in un certo periodo di tempo. 

Come si legge?

Il ROS più è alto, più è l’efficienza dell’azienda analizzata nel generare profitti rispetto al fatturato conseguito.

Se esso diminuisce o è basso, evidentemente c’è un inefficienza o dal lato della produzione o nelle vendite.

Il ROS però è una misura insidiosa, pertanto è forse meglio o non utilizzarlo o come sempre combinarlo con altre misure. Ma come mai è insidiosa?

Essendo una percentuale può essere più elevato in un’azienda piuttosto che in un’altra, però non significa necessariamente che la prima matura profitti più elevati in valore assoluto rispetto alla seconda!

Vediamolo con un esempio:

analisi fondamentale

Non vi è dubbio che la prima società segnali una maggiore efficienza produttiva, ma il suo profitto è meno della seconda società, la quale, però, mostra un ROS più basso.

Se il ROS  anche i prezzi azionari dovrebbero seguire lo stesso trend se ciò non accade avremo una valutazione slegata dai fondamentali.

Il ROE è invece il Return On common Equity  misura in maniera letterale la redditività del capitale netto.

Si usa per misurare quanto rende il capitale conferito dall’azienda ai soci, infatti verifica il tasso di remunerazione del capitale di rischio

E’ un buon indicatore tra i tanti perchè non tiene in conto solo la gestione caratteristica di un’impresa, ma anche le decisioni sulla gestione finanziaria e patrimoniale. 

Proprio per questo il ROE è un indice dell’economicità complessiva ed offre una valutazione di come il management ha impiegato tutte le risorse per renderle redditive.

Questa è la sua formula:

Ma come si legge?

Più il ROE è alto più l’azienda ha avuto ritorni positivi e quindi è sana e sta operando in maniera profittevole, per sè e gli investitori. 

Ne consegue che così sarà più appetibile per eventuali azionisti (noi!).

Il ROE è negativo se ci sono perdite: lo squilibrio economico è così grave da erodere i mezzi propri.

In basso trovate un’infografica del ROE estrapolata da Borsa Italiana, questo indicatore si può confrontare anche con il rendimento risk free.

Il ROI è il Return on Investment, indica il ritorno sugli investimenti ed esprime proprio quanto ha reso il capitale investito in quell’azienda.

Permette di misurare l’efficienza della gestione caratteristica al di là della puntuale analisi della modalità di finanziamento.

Rappresenta la remunerazione media di tutti i capitali investiti nella gestione.

La formula per il calcolo del ROI è:

Il reddito operativo è il nostro EBIT.

Siccome il risultato operativo= ricavi-costi e il capitale investito= totale attivo netto

Il ROI si può anche trovare con la seguente formula ROI = ROS x RA. 

Il ROS è il nostro ritorno sulle vendite il RA è la rotazione dell’attivo, asset turnover, ottenuto dal rapporto tra fatturato e capitale investito: esso misura la capacità di avere un certo fatturato date le risorse ed anche quante volte il totale attivo “ruota” nel corso dell’anno.

Questo indice pertanto non indica solo la capacità di remunerare il capitale di rischio, come avviene con l’impiego del ROE, ma la capacità di remunerare sia il capitale di rischio sia il capitale di debito.  

Per questo non dovremo preoccuparci se il ROI avrà valori più bassi rispetto al ROE.

Ma come interpretarlo?

Un ROI alto è indicativo di un buon ritorno sull’investimento.

E’ anche molto importante che questo indice sia superiore al costo medio del denaro.

Se è superiore a tale costo significa che le risorse finanziarie investite nell’impresa producono un reddito superiore al costo dell’indebitamento (ROD).

Perciò anche se investe e magari non paga dividendi quegli investimenti hanno il loro ritorno per la crescita e sulla ricchezza dell’impresa.

Se il ROI è maggiore del ROD allora c’è interesse ad indebitarsi per investire altrimenti no.

Il ROI sconta però il fatto di riferirsi alla sola gestione caratteristica perciò anch’esso va usato in combinato con altri multipli o indicatori di redditività.

ROS, ROI; ROE e poco più avanti anche il ROA vanno spesso usati insieme.

In particolare si tende ad usare ROE e ROA e ROI e ROE.

Dal confronto tra ROI e ROE si ottiene una relazione particolare che genera un effetto leva.

Sì, può sembrare un po’ complicato, però si tratta come sempre solo di confrontare uguaglianze o se una grandezza è maggiore o minore dell’altra.

Se il ROI è inferiore al tasso medio d’interesse sui prestiti, la remunerazione del capitale di terzi farebbe diminuire il ROE (si avrebbe cioè una leva finanziaria negativa): farsi prestare capitali porterebbe peggiorare i conti dell’azienda. 

Tradotto: ROE < ROI la leva finanziaria è sfavorevole.

Viceversa se il ROI dell’azienda è maggiore del tasso medio sui prestiti, in linea di principio conviene accendere prestiti per aumentare il giro d’affari, perché i ricavi aggiuntivi supereranno il costo dell’indebitamento.

Tradotto: ROE > ROI avremo una leva finanziaria favorevole.

analisi fondamentale

Riassumendo più ROI-ROE e ROA sono alti più l’azienda è in positivo e forte

uROA! (scusate)

Vi lasciamo questa infografica sempre estratta da Borsa Italiana riassuntiva degli indicatori di bilancio appena studiati. Finalmente dopo una rassegna sui principali indicatori di redditività giungeremo a conclusione di questo super intensivo focus sull’analisi fondamentale.

Una volta calcolati i multipli di mercato come possiamo utilizzarli per trovare il fair value di un’azione?

Ci sono due approcci per impiegare i multipli e trovare il fair value di un’azione da confrontare con il suo attuale valore di mercato:

Il primo approccio è noto come Multiple comparables

Questo approccio stima il valore di una data azione (detta target) comparando o multipli di società simili a quella di riferimento (approccio noto come);

Il secondo approccio è noto come Screening on multiples.

Questo approccio seleziona un’azione sul valore del suo multiplo in base al rapporto del valore del medesimo multiplo risultato per altre azioni.

Il Multible comparables procede dunque per comparazione tra una società simile a quella dell’azione target che si valuta. Applicando il valore medio del multiplo ottenuto a quello dell’azienda se ne ottiene il valore.

La difficoltà è nel trovare quale società prendere come riferimento della comparazione.

Da questa difficoltà ne deriva il punto debole di questo approccio. 

Che consiste nel dare per scontata l’efficienza del mercato nelle società prese a riferimento per il confronto e si considera invece inefficiente il valore di quella target, mentre non è detto sia per forza così.

Lo Screening multiples classifica i titoli azionari sulla base di un dato multiplo. Li ordina dal titolo con il più alto valore al titolo con il valore più basso del multiplo considerato.

Questo approccio ipotizza che esista un mispricing, un prezzo sbagliato, tra i titoli del mercato e i fondamentali di bilancio. 

Il metodo consiglia di:

  • acquistare i titoli con valori bassi del multiplo, chiamati: value o contrarian stock 
  • vendere i titoli con valori alti del multiplo, chiamati glamour stock

Si attua così nella scelta dei titoli una cosiddetta contrarian strategy 

A differenza del primo approccio questo supera in parte la considerazione di un’efficienza di un titolo rispetto ad un altro.

Ma passiamo ora agli ultimi indicatori che in realtà sono i primi che si studiano nell’avvicinarsi ad un bilancio o ai report finanziari di azienda.

Indici di Redditività

Nel condurre analisi fondamentali si ricorre oltre ai due metodi quello dei flussi di cassa e dei multipli anche alla verifica con gli indici di redditività.

Come vedremo sono utili e facili come questi indici, non potete saltarli anche perchè promesso abbiamo quasi finito. 

Questi sono indici che permettono di misurare la capacità di un’azienda di produrre reddito e generare risorse.

Sono strategici per avere subito una rapida visione d’insieme e abbastanza esaustiva dell’andamento e del valore e della bontà di un’azienda. Sono anch’essi in gran parte multipli e derivano dai bilanci, alcuni li abbiamo già incontrati e non li ripeteremo. 

In immagine ecco il processo a partire da un bilancio di come si trovano tutte le grandezze.

Come possiamo vedere è un processo abbastanza automatico e tutto funzionale a trovare quello che è il nostro Net Income, il Reddito Netto.

Sono perciò fondamentali per valutare il possibile ritorno economico di un investimento e l’affidabilità di un’impresa.

Gli indicatori principali sono:

  • l’EBIT (Earnings Before Interest and Taxes) o Utile Operativo
  • l’EBITDA (Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation and Amortization) anche conosciuto in italiano come MOL, Margine Operativo Lordo
  • il ROE (Return On Equity)
  • il ROI (Return On Investment)
  • il ROA (Return On Assets)

Il ROE ed il ROI sono stati analizzati in precedenza. Approfondiamo gli altri.

L’EBIT Earnings Before Interest & Taxes è il risultato operativo raggiunto dall’azienda prima degli oneri finanziari (tasse, imposte, interessi) per questo si chiama Operating Income Before Taxes.

Non tiene perciò conto nè del peso fiscale né della struttura patrimoniale, ma solo della capacità dell’impresa di generare utile senza costi e ricavi provenienti da interessi e imposte.

Questo indice è usato come base per calcolare gli indici come il ROI, il ROA.

Ci sono diversi modi per calcolare l’EBIT, siccome non è una misura standardizzata bisogna prestare attenzione perché le aziende possono calcolarlo ciascuna in maniera diversa.

Ci sono tre metodi, il più frequente si ottiene sottraendo dal fatturato totale i costi operativi, inclusi i costi di vendita dei beni si possono escludere tutti i costi e ricavi che esulano dall’attività principale dell’impresa.

L’EBITDA sta per Earnings Before Interest, Taxes, Depreciation & Amortization indica il risultato globale lordo dell’impresa ossia il profitto dell’impresa prima di onorare il pagamento di interessi, tasse, svalutazioni ed ammortamenti.

Nel calcolo si parte dal fondo del conto economico riclassificato e si risale fino agli interessi e trovando così l’EBITDA.

Corrisponde al MOL il Margine Operativo Lordo.

analisi fondamentale

Come l’EBIT, l’EBITDA può essere la base di partenza per la costruzione di altri indicatori e per confrontare la redditività operativa con il debito o il valore dell’azienda.

Tuttavia questo indice non va usato da solo perché non prendendo in considerazione tasse e interessi può dare un’erronea rappresentazione dell’impresa.

Per questo nel condurre la nostra analisi fondamentale EBIT ed EBITDA dovrebbero essere gli elementi di partenza però non quelli su cui formulare decisioni sul fair value di un’impresa.

Al riguardo come abbiamo visto è meglio usare il DCF method o i multipli e gli atri indici di redditività. 

Proprio per indici di redditività ROI e ROE sono stati prima analizzati manca ora di scoprire solamente cos’è il ROA.

Il ROA – Return On Asset indica il ritorno che un’azienda ha su tutti i suoi asset.

Indica dunque come un’azienda riesce a trarre guadagni, a creare valore, da ognuno di essi.

Il calcolo del ROA è molto semplice: basta dividere l’utile pre-oneri finanziari, il nostro EBIT, per il totale dell’attivo, deducibile dallo Stato Patrimoniale.

Come interpretarlo? Il ROA deve essere alto. 

Se è alto significa che l’azienda valorizza al meglio i propri asset. In ogni caso dovrebbe essere sempre maggiore dei tassi di interessi offerti dalle banche centrali, se così non fosse, vuol dire che il denaro preso in prestito dall’azienda è costato più del suo rendimento. 

Il ROA a differenza del ROE tiene conto dell’indebitamento

L’indebitamento comparendo al denominatore comporta che che se è alto lo accresce e diminuisce il valore totale dell’indice.

Anche questo indice non va usato da solo ma in abbinamento con ad esempio il ROI ed il ROE.

Per analisi più approfondite si può misurare il suo andamento storico e confrontandolo con altre aziende secondo i due approcci del comparables o dello screening visto per i multipli.

I dividendi

Finiamo tutto questa guida all’analisi fondamentale con un piccolo focus anche sui dividendi perché anch’essi ci danno informazioni importanti su un’azienda e sulla convenienza e il tipo di investimento da fare.

Quando un’azienda paga dividendi regolari di solito il prezzo della sua azione sarà meno soggetto a variazioni imprevedibili se confrontato a quella di un’altra che non paga dividendi.

Un’azienda che paga dividendi di solito ha P/E più bassi perché gli investitori sono attratti dai dividendi e dalla loro liquidità.

O al contrario un P/E basso e assenza di dividendi indicano che l’azienda ha delle difficoltà.

Al riguardo la metodologia utilizzata per i dividendi si chiama Dividend Yield.

ROE e P/E aiutano nell’individuare in quali azioni investire, il Dividend Yield fornisce l’informazione sul livello corrente di guadagni offerti dalle azioni. 

Un’altra riprova di come una misura non esclude un’altra e di quanto invece è necessario integrare e compensare tutti gli indici presentati.

Ci auguriamo che questo panorama sull’analisi fondamentale possa tornarvi utile. 

Se avete altri dubbi o domande scriveteci pure nei commenti.

Alessandro Moretti

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